Straordinario: l’Italia ha salvato migliaia di beccacce!

Wed06192013

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Straordinario: l’Italia ha salvato migliaia di beccacce!

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Il freddo che ha imperversato nella prima metà di febbraio ha causato concentrazioni abnormi di beccacce nelle fasce costiere strategicamente utili quali rifugi climatici. Il caso ha voluto che l’ondata di freddo, in Italia, iniziasse - miracolo e avvertimento - appena chiusa la stagione venatoria.

La fenologia autunno-invernale delle comparse ha manifestato ritmi alterni, diversamente distribuiti nello spazio e nel tempo, anche se nel complesso si può definire l’annata come “discreta”. Arrivi notevoli, anche eccezionali, in ottobre nel nord-est del Paese, Alpi centrali comprese, con incredibili concentrazioni puntiformi - ma anche prolungate fino a dicembre - in alcune zone alto-appenniniche, evidentemente dovute a disponibilità trofiche notevoli, ma spazialmente limitate e pertanto discontinue: si sono ripetute le alternanze di placche ricche e di placche quasi vuote. Nel complesso si è poi accusato un certo ritardo, che è stato colmato in dicembre, nell’ultima decade soprattutto, per l’estendersi del freddo nelle parti nord-orientali d’Europa che, per lungo tempo, ne erano rimaste immuni, consigliando a molte beccacce di non partire (ne fanno fede i rendicondi sconsolati di chi aveva prenotato soggiorni venatori nei Paesi Baltici: poche beccacce sparse). La vasta distribuzione delle beccacce nell’areale di sverno che offriva sufficienti possibilità alimentari ha ovviamente determinato densità medio-basse su ampi territori, tranne in qualche regione del Sud Italia (es. Calabria), dove ripetute perturbazioni balcaniche hanno condizionato presenze anche notevoli. Generalmente, quindi, clima favorevole a una diffusa sopravvivenza/permanenza delle beccacce fino alle prime chiusure anticipate della stagione venatoria (31 dicembre al nord-ovest e intorno a metà gennaio in quelle regioni che si sono virtuosamente allineate al recepimento della Direttiva CEE in relazione ai tempi indicati - seconda decade di gennaio come limite massimo - nel documento ORNIS, relativamente all’inizio dei movimenti migratori pre- riproduttivi), ma anche fino al 31 gennaio, chiusura definitiva della caccia in Italia. Queste beccacce si sono poi dovute concentrare, precipitosamente, per sopravvivere, in strette fasce costiere sia tirreniche, sia - e soprattutto - adriatiche, dove il freddo e la neve, spinti da venti siberiani, battevano direttamente da nord-est coprendo il territorio con “metri” di coltre bianca.

Riporto qualche dato e alcuni fatti veramente incredibili rilevati a seguito della seconda ondata pesantissima di maltempo, abbattutasi sulle coste orientali intorno al 10/12 di febbraio.

In Liguria, nella prima settimana di febbraio, si sono riversate, come sempre dopo una forte nevicata nell’entroterra padano occidentale, gran parte delle beccacce là ancora presenti: se ne sono viste nei giardini e nei parchi pubblici di Genova, alcune sono state raccolte con le mani e nutrite, ne sono state trovate altre concentrate in zone favorevoli (anche sette insieme in Val Polcevera) fino al massimo riferiro di 35/40 beccacce in pastura in un prato stabile di Borgio Verezzi (Sv). In Piemonte, nonostante fosse tutto imbiancato dalla neve, in piccole zone accessibili (es. risorgive) sono state viste fino a nove beccacce in pochi metri quadrati (D. Manfrin). In situazioni simili, in Lombardia sono stati rilevati segni di incremento della predazione sulla specie (da volpe e da sparviere - G. Guidali). In Emilia Romagna il grosso dei contingenti si è concentrato verso la costa Adriatica, ma qualche beccaccia è stata raccolta con le mani anche altrove (es. a Parma, una è stata raccolta con le mani, nutrita, ma poi è morta - R. Scaglioni). Così nel Ravennate sono state viste beccacce ovunque, in grossi numeri; alcune sono state trovate morte, altre - magrissime - in fin di vita, molte però si sono salvate anche grazie alla buona volontà di persone, molti cacciatori, che hanno aperto spiazzi e portato ragguardevoli quantità di cibo adatto (lombrichi e larve, acquistati nei negozi di pesca!). Il 14 febbraio, lungo il fiume Marano, dalla strada che costeggia l’aeroporto di Rimini ne sono state contate 16, che dal fiume si dirigevano verso l’aeroporto (le piste erano pulite). Nelle Marche, a sud di Ancona, dal ponte stradale alle foci del fiume Musone, al crepuscolo serale, sempre in occasione delle nevicate dell’11 e 12 febbraio, sono state contare oltre cento beccacce che arrivavano a volo dall’entroterra per “tuffarsi” nelle canneggiole e nei cespugli ai lati della corrente (E. Cavina). Lungo la spiaggia, presso le foci di un corso d’acqua, sono state contate 35/40 beccacce (A. Pellegrini). Presso una grossa stalla, a nord di Ancona, dove erano presenti zone scoperte per il movimento delle vaccine e il letame sparso, sono state contate circa 20 beccacce che vi si portavano per la pastura serale (E. Cavina). In Puglia, sul Gargano, un cacciatore locale d’esperienza (61 anni) ha riferito di non aver mai visto così tante beccacce in vita sua (C. Abatti).

Domanda: che cosa sarebbe successo se la caccia fosse stata ancora aperta? Altra domanda: che cosa è successo laddove la caccia era ancora aperta? Lascio ai lettori le ovvie risposte, pur  sottolineando che, sulla neve, la caccia avrebbe dovuto essere comunque proibita. Ma in altri Paesi? Purtroppo, dove permessa, molti non aspettavano altro!

In definitiva, suo malgrado, l’Italia ha salvaguardato un numero non indifferente di potenziali riproduttori (le “migliaia” come ordine di grandezza non sono certamente una sottostima). Non sarebbe il caso di evitare di dover sempre contare “sulla fortuna” per ovviare a eventuali, prevedibili, ricorrenti, fenomeni di cattiva gestione di una specie fragile in queste situazioni d’emergenza? Pensiamoci.

 

Silvio Spanò, Editoriale Beccacce che Passione maggio/giugno 2012