brevet invention

In quel di Chiavari (GE) c’è, in pieno centro, un posto di ritrovo per gli appassionati di caccia e di armi, ove si può contare sull’esperienza e sulla più genuina passione maturate in quattro generazioni di gestione familiare: l’armeria Lanata, il cui proprietario ci onora della sua considerazione, in verità poco meritatamente, ma ci sforziamo di non farglielo capire. Qui ci è stata presentata questa doppietta né nuova né splendidamente conservata né di altissimo lignaggio, eppure meritoria per storia e contenuti. Ci abbiamo studiato sopra un bel po’, sia perché non siamo esperti della “maison” Pieper in tutte le sue evoluzioni storiche e meccaniche, sia perché la bibliografia in materia non è vasta. Per fortuna esiste un prezioso testo di riferimento dal lungo titolo, “Bayard, Les hommes, les armes et les machines du Chevalier, Pieper; Cie 1859-1957”, il cui autore – il belga Michel Druart – è stato così generoso da fornirci documenti solo parzialmente da lui pubblicati.

Un po’ di storia
La storia armiera della famiglia Pieper inizia col suo più famoso rappresentante, il belga Henri Pieper, che in realtà non era né belga né si chiamava Henri, essendo nato in Germania a Soest, Westfalia, col nome di Heinrich. Ma già nel 1859 lo troviamo in Belgio, prima a Herstal, poi a Verviers, e in seguito a Liegi in Rue des Bayards: e così si spiega l’origine del suo più celebre marchio, quel cinquecentesco cavalier Baiardo che in varie foggie troveremo presente in tutte o quasi le armi prodotte da lui e dai suoi discendenti. Dei tanti figli di Henri, alla sua morte (1898) i due maschi Henri Junior (1867-1952) e Nicolas (1870-1933) porteranno avanti il suo impero armiero: opifici in Liegi e Nessonvaux, una succursale a Parigi, e dal 1907 un moderno e vasto stabilimento a Herstal (60mila metri quadrati, di cui 12mila edificati). Non si dimentichi poi che Pieper fu uno dei soci fondatori, nel 1889, della Fabrique National d’Armes de Guerre, la celebre FN. Pochi giorni prima del decesso di Henri, l’azienda che fino allora portava il suo nome assume quello di (Société Anonyme des) Etablissements Pieper; nuovo (e curioso) cambio nel 1905, quando si adotta la ragione sociale di (Société Anonyme des) Anciens Etablissements Pieper. L’attività sopravvive a due guerre mondiali e continua fino al 1953, quando si giunge purtroppo a un concordato fallimentare; cessa nel 1954-1955, e nel 1957 viene demolito lo stabilimento di Herstal.

Su Henri Pieper e i suoi discendenti ci sarebbe ancora tanto da dire, ma occorre dare spazio alla descrizione dell’arma: ci limitiamo ad aggiungere che egli fu un dinamico pioniere della meccanizzazione e un razionale, prolifico e versatile inventore. Suo il brevetto nel 1881 di un modernissimo monobloc, ampiamente usato nei famosi modelli “Diana” e – con modifiche sostanziali ed estetiche – “Diana modificato”; suo quello del 1883 inerente un giustapposto a percussione elettrica. I prodotti Pieper non hanno raggiunto, per raffinatezza meccanica, realizzativa ed estetica, i vertici dell’archibugeria, ma possiedono una loro dignità di linee e svettano su molti altri per inventiva, solidità, serietà costruttiva, attenzione ai particolari e convenienza. Non è poco!

La serie 400 e il nostro esemplare
Il fucile in esame è stato prodotto dall’Anciens Etablissements Pieper (in sigla: AEP), il cui marchio circolare appare sulle canne subito avanti al famoso Baiardo, che qui si presenta nella versione con berretto anziché con elmo. È un boxlock, ma non si tratta del “solito” Anson&Deeley, perlomeno nella sua versione tradizionale: lo si capisce dalla foggia e dall’ampio arco di rotazione delle leve d’armamento, dal numero e posizione dei perni che si affacciano sui fianchi di bascula, dagli avvisi di cani armati. Questi elementi non corrispondono neppure al Tipo 1900, l’hammerless Pieper prodotto in numerose versioni e oggetto dei brevetti di Nicolas Pieper n. 143111/1899 e degli Etablissements Pieper n. 175007/1904. Tra la pletora di modelli offerti dal fabbricante, riteniamo di potere restringere la cerchia alla serie 400, in particolare alle versioni 480-485; azzardando ancora, ipotizziamo che il “nostro” esemplare sia un 480 o un 482. Ma possiamo sbagliare, non possediamo documentazione tale da fornirci un’identificazione certa.

Certamente è un modello di gamma medioalta: lo si capisce da vari particolari come la buona e a tratti ottima incisione, gli avvisi di cani armati, la triplice chiusura a slitta, la ricercata lavorazione del calcio con testa sagomata, gocce laterali e zigrino scozzese. Mancano gli espulsori automatici, che però erano opzionali anche sui modelli più pregiati, comprese le più costose versioni della serie 500.

Davvero elegante e curata la testa di bascula, in contrasto con la minore attenzione riservata alle corrispondenti parti lignee

Davvero elegante e curata la testa di bascula, in contrasto con la minore attenzione riservata alle corrispondenti parti lignee

Con un po’ di fortuna abbiamo individuato vari altri esemplari simili a quello qui descritto.  Per esempio, un fucile cal. 12 non identico e alquanto rimaneggiato, ma per molti e fondamentali versi uguale (terza chiusura, avvisi di cani armati, forma e rinforzo della testa del calcio, guardia e grilletti, tenoni, conformazione della bascula e dei suoi perni, lavorazione della bindella superiore, calciolo; a voi trovare gli altri).

Un altro esemplare pare tuttora pronto a sparare nel lontano Messico, e presenta la stessa inconsueta cameratura del nostro: www.gournetusa.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=209. Inconsueta davvero: è un 16/75 con canne da 70 cm, strozzature da 6/10 su entrambi i tubi, camere larghe 18,9 mm (valore punzonato sui piani delle canne e da noi verificato). La lunghezza di camera, ben 10 mm più degli allora tradizionali 65 mm, lascia perplesso perfino Giuseppe Lanata, la cui armeria – ai tempi gestita dalla nonna – vendette l’arma negli anni Venti: ci dice che è il primo esemplare che incontra con tale misura, e che potrebbe essere stato ricamerato e ripunzonato successivamente. Noi propenderemmo più per un lavoro di fabbrica: ce lo suggeriscono i marchi sui piani delle canne, identici all’esemplare “messicano”, e la presenza della vite trasversale di rinforzo del calcio, certamente originale.

Il sistema di chiusura
Ancora più inusuale, e d’indubbio pregio, è il sistema di chiusura. Alla classica doppia Purdey sui ramponi passanti, si aggiunge una terza chiusura posta nella zona di massima efficienza, quella posterosuperiore. È costituita da una slitta centrale che, scorrendo tra i seni di bascula, ad arma chiusa s’inserisce in un incavo ricavato sopra le culatte delle canne, ove si avvia la bindella superiore. Contrariamente alle migliori “triplici” (Greener, Westley Richards), non contrasta anche la forza longitudinale che allo sparo tende ad avanzare le canne rispetto alla bascula, però si oppone validamente a quella di rotazione che spinge le canne stesse a basculare e aprirsi. La slitta è molto spessa (5,35 mm) e l’incavo tra le culatte è esteso in lunghezza (4,3 mm); l’aggiustaggio delle parti è tanto preciso da rendere quasi indistinguibile, ad arma chiusa, la soluzione di continuità tra bascula, bindella e slitta. Il suo scorrimento è comandato dalla chiave d’apertura; ruotando quest’ultima, la sua testa – o meglio, quel disco che sembrava essere in corpo unico con la chiave e formarne la testa, e invece è separato da essa ed è in blocco con la slitta – arretra unitamente a quest’ultima consentendo l’apertura dell’arma. È un meccanismo funzionale e di raffinata eleganza, capace di sorprendere anche occhi esperti, poiché mascherato ad arte dalla cura realizzativa e dall’astutissima incisione. Brevettato nel 1910 da Nicolas Pieper, per evidenti motivi di costo fu impiegato dalla AEP solo sui modelli di maggior pregio.

Le canne in “acciaio Bayard” sono accoppiate a demibloc, con tanto di perni di giunzione sui ramponi; in origine pesavano 1.287 grammi (il dato è riportato sui piani) e il fatto che il peso attuale, misurato con una bilancia elettronica da cucina, superi di oltre venti grammi tale valore, è un ulteriore indizio che non siano state alesate per allungarne le camere.

La sicura a inserimento automatico è azionata dal consueto cursore – di foggia ampia e allungata – posto sulla codetta superiore di bascula.

Il fucile ha sparato molto, ma dopo quasi un secolo resta ben saldo in chiusura. L’unico evidente segno delle sollecitazioni cui è stato sottoposto è, oltre alla perdita di un angolo del bel calciolo in bachelite e al logorio generale dei legni e della brunitura, una sottile frattura sul lato destro della testa del calcio, giusto nell’angolo dell’ansa laterale, il punto più delicato. Il legno di noce è di dignitosa pasta e venatura, anche se ci si poteva attendere di meglio; ai tempi, va detto, spesso si badava più alla solidità della calciatura che ad altri pregi. La pala di linea classica e l’impugnatura all’inglese delineano forme essenziali quanto eleganti, mentre ci entusiasma meno, per lavorazioni ed estetica, la sagomatura della testa.

L’astina è a scheggia, con svincolo di tipo Anson (se preferite, “a pompa”); la parte lignea è anonima per sagoma e finitura, ma la croce e i suoi componenti esibiscono un elevato livello esecutivo e condizioni sorprendentemente fresche.

Conclusioni
Anche se non ne abbiamo potuto approfondirne tutti i meccanismi, questo giustapposto d’antan ci è piaciuto per la particolare chiusura, la serietà costruttiva, l’elevata finitura, la piacevole incisione. I marchi del costruttore, sparsi con abbondanza fin eccessiva sulle canne ma piacevoli per foggia e nitore ancorchè sovradimensionati, non ne aumentano certo la finezza, ma il fascino sì. Henri Pieper ha dedicato alle armi e alla famiglia la maggior parte della sua vita, e la sua progenie ne ha proseguito con impegno l’opera: se fosse vissuto tanto a lungo da poter visionare questa doppietta, crediamo ne sarebbe stato soddisfatto e orgoglioso.

Massimo Mortola

L’articolo è stato pubblicato sul n° ottobre – 2013 di Armi Magazine

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